Certi pensieri finiscono in poesie o in prose, certe riflessioni scaturiscono da letture, ma altri invece hanno bisogno di un spazio diverso, più esplicito, più polemico, più tagliente. Questa pagina è il loro collettore.
Ogni testo che leggerete qui è un amalgama di pensieri sciolti, sfoghi se si vuole, sull’attualità e sui problemi che affliggono il nostro mondo. Senza pretesa di dare risposte, ma soltanto di condividere inquietudini, delusioni e dubbi; di avviare magari un dibattito, un confronto ed è anche per questo che saranno testi provocanti, non concilianti. Al contempo voglio evitare gli estremi dell’aggressività verbale: sono stufo tanto degli interventi troppo attenti a non offendere e quindi insulsi, quanto della dialettica populista e polarizzante.
L’imbarazzo di essere svizzero

Quando si viaggia una delle domande più frequenti a cui ci si ritrova a rispondere è “Da dove vieni?”. Alla risposta “Dalla Svizzera”, di solito la reazione, sempre che chi ci parla conosca la nazione, è “Bella la Svizzera, lì si vive bene”. O qualcosa di analogo. Già nel corso degli ultimi anni ho sempre provato un po’ di imbarazzo davanti a questi commenti entusiasti, su cui glissavo con un sorriso storto. L’anno scorso però mi sono trasferito a Montpellier e quindi alla classica domanda, immancabile quando sentono il mio magnifico accento e spesso preceduta da ipotesi di provenienza, se n’è aggiunta un’altra, diciamo conseguente: “Ma perché ti sei trasferito?”. Ecco, a una domanda così diretta non è più possibile scartare con un’espressione ambigua, che chi ci parla interpreta come vuole, ma è necessario rispondere.
Naturalmente c’è la risposta breve, per le persone con cui si hanno meno interazioni: “Ho seguito la mia compagna” più eventuali precisazioni. Tuttavia la domanda segue la reazione sulla bellezza della Svizzera e sottintende quindi un’altra sfumatura di senso, quasi un giudizio sull’eccentricità di lasciare una nazione invidiata da moltə. Di risposta in risposta ho cercato di capire i motivi di questo mio imbarazzo, o meglio i motivi per cui non condivido, contro l’opinione comune, questa ammirazione per la Svizzera. Con un ulteriore passo, ho deciso di stilare qui un bilancio: aspetti positivi e aspetti negativi.
Cominciamo dagli aspetti positivi e saltando a piè pari gli stereotipici orologi, cioccolato e formaggio (per fortuna che sono oggetti piccoli, data la mia scarsa prestanza nel saltare), in quanto prodotti che poco c’entrano con il vivere in Svizzera. Il più banale, che accordo senza alcuna obiezione o precisazione, è la bellezza del panorama. Certo, non è una qualità esclusiva del nostro territorio, ma è innegabile che ci sia. In più, preciso subito, non farò qui un confronto con altre nazioni, ma sarà un giudizio unicamente interno. Non mi interessa infatti se la Svizzera è meglio di altre nazioni, perché già immagino l’obiezione “Eh, ma il paese X fa anche peggio”: c’è sempre chi fa peggio, ma mi sembra meschino giocare al ribasso.
Altro punto che sicuramente è in cima ai pensieri di chi esterna i suoi apprezzamenti sulla Svizzera è la sua ricchezza. Dopo aver beneficiato di una borsa di studio dalla prima liceo fino all’ultimo anno di università e in più di una borsa per la creazione letteraria di Pro Helvetia, suona un po’ ingrato e ipocrita muovere critiche su questo aspetto. È per tale motivo che l’ho inserito negli aspetti positivi, ma è uno dei punti su cui provo più imbarazzo. La Svizzera investirà tanto nella cultura e fornisce numerosi sostegni finanziari per le fasce più fragili della popolazione, tuttavia ha anche deciso di aumentare di oltre 500 milioni i fondi per l’esercito (per favore, smettiamo di dire “fondi per la difesa”, le armi portano alla guerra, prima o poi, e se non esistessero del tutto, non servirebbe alcuna difesa), tagliando sul sociale e sulla cultura (ad esempio con meno fondi alle università). Lasciamo poi perdere l’idiozia di continuare l’acquisto dei caccia statunitensi persino dopo l’aumento ridicolo di costo e l’imposizione di dazi ancora più ridicoli. Quindi sì, la Svizzera è ricca e investe tanto nel sociale e nella cultura, ma se si guardano le percentuali di spese in altri ambiti, potrebbe fare nettamente di più. Così come potrebbe fare di più a livello di aiuti internazionali, perché la sua ricchezza arriva comunque anche da multinazionali che fanno miliardi sfruttando l’assenza di norme rigide e di controlli seri in paesi svantaggiati, da banche che investono in risorse e aziende che se ne fregano della sostenibilità e che hanno ricevuto i fondi da persone e aziende che li hanno costituiti con la medesima etica.
Lo so, sento già la classica obiezione: se non lo facciamo noi, tanto lo fa qualcun’altrə. Questa è solo una scusa ipocrita per mascherare un agire egoistico e ingiusto e che, se volessimo portarla all’estremo, allora renderebbe lecito anche l’omicidio, tanto se non uccido io qualcunə, prima o poi lo farà qualcun’altrə o qualcos’altro. Se qualcosa è ingiusto, non va fatto, è abbastanza semplice. Se invece si fa, almeno che la si smetta di presentarsi come nazione virtuosa, attenta ai valori umani e al pianeta.
Altra qualità tipicamente svizzera è la democrazia diretta. Poter proporre e votare direttamente le leggi è magnifico (e purtroppo la scarsa partecipazione al voto mostra quante persone non si rendano conto di ciò), soprattutto se il diritto non si limita a casi eccezionali ed è uno strumento piuttosto agile; ciliegina sulla torta è il libretto che spiega gli oggetti di voto, con i due punti di vista, favorevoli o contrari (anche se non sempre sono scritti in modo onesto). Su questo aspetto non ho vere critiche, anche se spesso il voto non va come vorrei io, anche se siamo riuscitə masochisticamente a rifiutare il diritto a sei settimane di vacanza spintə dallo spauracchio di una perdita di competitività, nonostante nessuno studio serio fosse stato fatto su tale scenario. Però la scelta è stata della maggioranza e quindi è giusto così.
Tutt’al più si potrebbero muovere delle critiche al sistema di finanziamento delle campagne pubblicitarie per il voto e le elezioni. Se si volesse una scelta davvero democratica, dovrebbe essere legata a discussioni e dibattiti e non al solleticamento delle emozioni, compito primo della pubblicità. In più se ogni oggetto o persona di voto deve partire con pari possibilità e affermarsi per la sola sua forza o bontà, allora deve esserci un limite di spesa molto basso per le campagne pubblicitarie, altrimenti sarà sempre avvantaggiata la posizione con alle proprie spalle qualche lobby o qualche altro potere dotato di ampie risorse economiche che, indovinate un po’?, spingerà sempre per i suoi interessi e non per quelli della collettività, altrimenti come avrebbero fatto a fare i milioni? Io non credo alla favola della genialità imprenditoriale che permette di fare milioni. Se si pagano le risorse materiali e umane il giusto, se si pensa a compensare il proprio impatto sull’ambiente, se insomma si fa attenzione a tutti gli aspetti necessari a essere un’impresa etica, dubito che si riesca a fare così tanti soldi.
Terminati gli aspetti positivi, comunque non privi di ombre, è il momento di quelli negativi, che a loro volta non saranno per forza privi di sfumature luminose. Al primo posto, per me e per il mio orientamento politico, è il disagio di vivere in un paese schierato a destra e il cui partito maggiore si dice per il popolo, ma è soltanto populista. Basta guardare chi sono i suoi membri di spicco per vedere che nessuno appartiene al popolo, quanto piuttosto all’alta borghesia. E stranamente le leggi che propongono o sostengono sono quasi sempre a favore di questo ceto (per loro magnanimità ampliato anche alla bassa borghesia) e solo di riflesso, le volte che capita, a beneficio dei ceti più umili della popolazione. E quanto tengano ai valori umani emerge abbastanza esplicitamene dalla loro strenua difesa di un altro degli aspetti tipici della Svizzera, per me altra fonte di imbarazzo: la neutralità.
Sì sì, sono d’accordo, la neutralità è una posizione magnifica, idealmente. Lo sarebbe se fossimo in un mondo non così profondamente interconnesso, con accordi commerciali e collaborazioni a livello mondiale, dove quindi è impossibile che una nazione non abbia legami che in qualche modo la tirano in gioco. Ma la neutralità svizzera riguarda solo l’astensione da conflitti armati e politici con altri paesi, si obietterà. Benissimo, ma quanto è ipocrita e ridicola questa neutralità se poi si ha una fiorente industria bellica che esporta negli altri paesi e che, recentemente, ha visto una spinta politica a ridurre le limitazioni per l’esportazione di armi a paesi connessi a dei conflitti? Questa spinta mostra una verità nascosta dietro alla neutralità da anni: è solo una maschera per evitare le incertezze legate ai conflitti, negative per l’economia dei paesi che ne sono colpiti, e lucrarci invece sopra. Esempio lampante la doppia faccia della nazione durante la Seconda Guerra Mondiale, quando la neutralità è sì stata un sottrarsi al conflitto, ma anche un fare affari con entrambi gli schieramenti. Ma se fai affari con un governo criminale, non ne sei complice? Per me chiaramente sì, come per il diritto internazionale; e se sei complice non sei neutrale.
D’altra parte se il nostro ministro degli affari esteri, commentando la guerra tra Israele e Gaza, ridistribuisce le colpe tra il governo israeliano e Hamas come se non ci fosse una differenza di brutalità nel conflitto, sorgono dubbi anche sul valore in generale della neutralità e sul suo significato. Se la si legge come obbligo di non immischiarsi, come mai Hamas è stata dichiarata organizzazione terroristica e quindi esclusa da ogni contatto, mentre invece il governo israeliano, che adotta tattiche anche peggiori, non ha subito lo stesso trattamento e la Svizzera continua a commerciarci e addirittura a collaborarvi per lo sviluppo di armi, nello specifico fornendo componenti per la fabbricazione di droni? Non solo, con il proprio sostegno ai coloni in Cisgiordania, che parimenti adottano strategie terroristiche verso la popolazione palestinese, il governo israeliano dovrebbe essere definito terroristico da ben prima dell’attacco di Hamas; ma di nuovo, nonostante i coloni siano stati accusati a più riprese di violare il diritto internazionale, la Svizzera non ha mai messo in discussione i suoi rapporti commerciali con il governo che li sostiene. È un modo ben curioso di intendere la neutralità.
Ci sono tanti altri aspetti minori che nel corso degli anni hanno fatto montare il mio imbarazzo, dall’ingerenza del lobbismo nella politica al fatto che moltissimə politicə hanno i piedi in più scarpe, o meglio il culo su sedie di diversi consigli di amministrazione, con seri dubbi su quanto ciò non comprometta il loro essere al servizio del popolo, passando per una xenofobia abbastanza diffusa che né il Covid, mostrandoci quanto l’apporto di mano d’opera straniera è fondamentale, né l’affanno dell’AVS, le cui entrate per le nostre pensioni future sono rimpolpate solo dalla migrazione, hanno scalfito; giusto per fare alcuni esempi. Tuttavia sono aspetti meno tipicamente svizzeri e perciò non li considero in questo bilancio, che concludo qui.
Tirando le somme, il mio imbarazzo a essere svizzero continuerà.