Come ogni persona che scrive, leggo anche tanto e ho la cattiva abitudine di scrivere appunti e commenti sui libri (sì, anche in penna, per quanto a moltə faccia orrore). Da un certo punto in poi ho preso un’ulteriore abitudine: ricopiare al computer questi appunti, trasformandoli in un misto tra commento e recensione. Qui ne riporto alcuni, senza modificarne lo stile. Attenzione: oltre a mantenere il proprio carattere di appunti, queste recensioni non si curano degli spoiler e sono anche abbastanza secche sui giudizi.
Tanto per non venire accusato di essere troppo intellettuale, a ogni libro consiglio una birra da abbinare. In questo modo intreccio due mie passioni e, se ve lo steste chiedendo, no, non ho letto i libri con la birra che consiglio (o quasi mai), ma se lo farete, la vostra esperienza sarà più completa.
La mano italiana
Cominciamo con cinque opere scritte in italiano: un romanzo che mi è piaciuto e mi ha spiazzato molto, un romanzo che non mi ha convinto per nulla, una raccolta di racconti esilarante e geniale, una raccolta di poesie in chiaroscuro e un saggio che ci fa ripensare il nostro essere umani.
Il mignolo
Il dito della mano più sottovalutato, ma capace di sorprendere per la sua forza: chiedetelo al fortissimo arrampicatore Adam Ondra, che ha una vera venerazione per il mignolo.


L’inizio è molto efficace, sia perché si parte immaginando Diego adulto e pian piano emergono dettagli incongrui con questa falsa rappresentazione, fino allo svelamento totale; sia per lo stile molto creativo e originale, con una sintassi e una paragrafazione molto liberi e innovativi, a seguire il ritmo e le immagini della prosa, vivacissimo e stringente il primo, stravolte, oniriche e imperniate sull’erotismo le seconde. Si comincia quindi già disorientati sia dall’errato inquadramento del personaggio, sia dall’eruttività della prosa, coi suoi picchi lessicali (e le tessere dialettali umbre) e il tono eterogeneo, che agilmente salta tra vari registri linguistici e li miscela con sensibilità espressiva. Inoltre, il passare dalla prima persona alla terza del narratore-protagonista è un ulteriore fattore di disorientamento. Eppure tutta la miscela intriga e da subito è chiaro che a ogni riga potrebbe schiudersi una sorpresa, un’immagine inaspettata.
Assumere per narratore un ragazzino dalla vividissima fantasia, quasi interamente magnetizzata e morbosamente magnetizzata dall’erotismo, è una scelta geniale, sia per la sfocatura tra reale e immaginario (e Diego si rivela abbastanza presto un narratore inaffidabile), sia per il susseguirsi di immagini originalissime. La fantasia da ragazzino non è infatti ancora irreggimentata e appiattita da tutte le convenzioni del mondo degli adulti, che percepisce il reale in quel modo un po’ spento che porta la reiterata esperienza quotidiana. Tutto è più vivace, anche in negativo, e può trasformarsi nell’onirico mondo interiore, con la sola differenza che la regia è saldamente detenuta dal pensante. E se la lingua sembra troppo ricca e con picchi troppo elevati per un ragazzino (almeno oggigiorno) la sua funzionalità nel creare questo universo immaginario costantemente eccitato (il pomo del bastone che diventa porno del bastone è un segno esemplare della fantasia erotica trasformativa di Diego) fa subito perdonare questo eventuale neo. Diego si autonarra costantemente e in questa invenzione può attribuirsi anche poteri o conoscenze in lui assenti; ad esempio si definisce “gran puttaniere” e con questa maschera delirante pontifica sui desideri e la condotta sessuale delle donne come se non avessero segreti per lui, quando invece è un mondo a lui totalmente estraneo. Tuttavia, pur nella fantasia del suo mondo interiore, Diego non riesce a frenare l’irrompere della realtà, che spezza l’illusione e lo ricolloca nel suo ruolo di vigliacco un po’ meschino e bugiardo (dopo aver detto di non tormentare Antonio, afferma che è impossibile non farlo).
Quando allo sguardo di Elvira al cinema Diego attribuisce un ammiccamento nei suoi confronti, si vede molto bene la piegatura della realtà che lui opera, poiché sicuramente sceglie, tra tutti i possibili significati, quello meno probabile, ma l’unico che tramuta la sua sconfitta, la sua inettitudine ad agire in una vittoria. Ma appunto l’illusione, l’ipotesi che consola, di rivalsa, non riesce a esistere senza gli assalti e l’insinuarsi di altre ipotesi più dolorose (anche se non per forza sempre più razionali). Il libro però ti disorienta anche perché spesso l’ipotesi che sembra la più fantasiosa, invece si avvera, spiazzandoti.
La frase che conclude il primo capitolo della prima parte (la vita è brutta come il sogno) è molto indicativa. Diego sfrutta la sua immaginazione per trasformare la realtà, per renderla più eccitante, meno grigia e opprimente, insomma come forma di rivalsa ed evasione (lo esplicita anche una frase chiave: “qui l’unica risorsa è l’evasione sistematica”) e al contempo si cambia al suo interno – come quando Diego si guarda allo specchio per inventarsi un’espressione meno vinta, esplicitando la forza della narrazione davanti alle miserie dell’esistenza, la stessa a cui si appoggia la pubblicità e i social per presentarsi migliori, non i balia della vita -, si inventa più coraggioso, più potente, più capace di piegare il reale secondo i propri desideri; ma l’immaginazione, quando corre, non si può imbrigliare e allora può anche evocare una versione della realtà deteriore, più crudele e brutale, o ancora può lacerare il velo dell’invenzione la realtà di grado 0, filtrata dalla soggettività ma non camuffata dall’invenzione. Diego risulta così un narratore-demiurgo bipolare, o persino schizofrenico, che solo in parte può controllare i mondi mentali che costruisce e proprio quando uno di quelli più positivi si sta realizzando, irrompe un’altra parte di realtà, nella forma dell’immaginazione negativa e anzi perfino peggio, e sgretola tutto. Quando il sogno, quindi, si concretizza, si fa vita, il resto della realtà lo frantuma e allora la vita diventa brutta come il sogno, perché lo ha privato del suo potere trasformativo, lo ha immobilizzato dove l’immaginazione di Diego non ha più potere. Il mondo interiore stravolto di Diego è anche una ribellione contro tutta la costruzione perbenista della società, ipocrita soffocamento della vita sull’altare del decoro, disconoscimento di una delle forze che da sempre guida l’agire degli esseri umani, e in più di una delle maggiori (l’erotismo).
Il libro funziona, pur infastidendo molto, perché Diego ci fa al contempo pena, per la sua difficoltà a vivere la vita (lui stesso afferma “sono un vizioso di sogni perché mi rifiuto di vivere, cazzo che paura”), ad accettarla nei suoi grigiori (e qui ci si immedesima), e ribrezzo per la sua meschinità e la sua egoistica cattiveria, esibita con Antonio, Michetti, Anselmi, … e poi anche con l’ipotetica proposta (seppure dettata dalla paura) dello strupro/pestaggio collettivo di Elvira. Solo un protagonista-narratore così ambiguo, a cui alternativamente ci associamo e dissociamo, rende possibile proseguire la lettura, superando il fastidio che spesso genera. Diego, inoltre, nell’immaginazione intristisce anche i nemici nel momento della loro vittoria per smorzare la propria sconfitta, in un mondo mentale dove tutti gli sono inferiori, da compatire o sfruttare.
Anselmi è il vittorioso, colui che dalla vita ha tutto, colui che, con la maschera costituita dai suoi vestiti (e dai gesti connessi), ha il potere di piegare la realtà alla sua narrazione. Anselmi è quello che vorrebbe essere Diego e quindi il furto dei suoi vestiti, delle sue maschere, è un modo per diventare lui, come ha già fatto a carnevale (momentaneamente), per scivolare nel suo ruolo e beneficiarne degli effetti: un’apparenza che crea la sostanza (come Temolo che diventa astrologo rubando gli abiti a Iachelino).
Alla fine della prima parte, quando ci sembra di aver finalmente collocato tutti al posto giusto, nonostante restassero delle note stonate (il lessico troppo elevato, la conoscenza del mondo e la libertà sessuale troppo ampie, il dubbio sull’assenza di lezioni scolastiche, …), si scopre che tutta la vicenda avviene invece in una casa anziani e tutto cambia improvvisamente di segno, cambiano le note stonate (certe azioni fisiche non molto probabili, la menzione dei genitori come se fossero vivi, certi atteggiamenti molto infantili; ma comunque molte meno), ma si rinsaldano i due estremi nella vicinanza tra le due età per quanto riguarda l’essere controllati e la rimozione del sesso, come se fosse un’attività sconcia o non idonea per quelle età, nonché un’esistenza giocata molto nell’immaginazione, per gioco nei primi anni di vita, come rivalsa di un corpo e di una società che non permette più un certo tipo di vita per gli ultimi anni. La credenza che da anzianə si torna un po’ bambinə viene al contempo assunta, ma risignificata e corretta, poiché non si può chiaramente cancellare tutta la loro esperienza. Il colpo di scena non è solo funzionale a stupire chi legge, a rilanciare la curiosità per la seconda parte, ma permette anche questa riflessione su come sono trattate le persone anziane, con uno sguardo obliquo inaspettato. In più evita la proiezione sulla vicenda dei nostri pregiudizi, che immaginando i protagonisti con la loro effettiva età avrebbe proiettato su di loro l’ombra del ridicolo, del grottesco e dello schifo per corpi in cui non riconosciamo più alcuna sensualità, né esercitata né sentita, come se la decadenza della carne dovesse spegnere ogni desiderio e una sua permanenza e esigenza di soddisfacimento fosse indecente.
D’altra parte la rilettura con questa nuova consapevolezza della prima parte è anche amara constatazione del permanere della crudeltà, dell’egoismo, della meschinità dell’essere umano fino ai suoi ultimi giorni di vita, al pari della competizione, delle gelosie/invidie, oltre che di altri sentimenti positivi come l’amore. E anche la fantasia libidinosa e stravolta di Diego, un po’ eccessiva per un ragazzino, diventa credibile tanto nel linguaggio/nelle immagini (da professore in pensione), quanto per l’eventualità di un influsso di principio di demenza senile o di confusione/offuscamento mentale. Persino l’esigenza di rivalsa diventa più profonda, perché innestata in un’intera esistenza e non in una appena cominciata: tutto assume più profondità e intensità e tutto diventa però anche più desolante, in questa lotta nella giungla umana per emergere calpestando gli altri anche nelle ultime tappe della vita. L’ultimo aspetto di grande interesse è l’accrescimento dell’inaffidabilità del narratore, che a volte pensa come se fosse davvero bambino, come quando parla dei genitori come se fossero ancora lì, con potere su di lui.
A Diego non basta riprendersi la vita negata (o mal vissuta, per le scelte prese da giovane e diventate binari troppo rigidi), chiavando Elvira, ma la rivalsa passa solo dall’invidia, dal suo essere sopra a tutti, finalmente protagonista e vittorioso perché padrone del premio più ambito: Elvira. O così è almeno essenziale che la sua fantasia racconti la realtà, colorando tutti gli sguardi di ardente concupiscenza; perciò non può sopportare la presenza di omosessuali al ristorante, poiché gli negano questa superiorità. Infatti la narrazione di Diego è fragile e basta poco affinché la realtà irrompa (oppure la fantasia negativa, autosabotamento causato dalla sua inettitudine, dalla sua percezione di essere un fallito, sempre in agguato dietro ogni suo delirio d’onnipotenza), annientandola, riportandola nella sua normalità prosastica: bastano due omosessuali o una coppia di giovani amanti a rendere Diego e Elvira una coppia di vecchi eleganti a un ristorante, cioè nulla di eccezionale e tantomeno di invidiabile o desiderabile. L’immaginazione non funge solo da rivalsa, ma anche da catarsi, come stratagemma che anticipa e amplifica le cause della paura, per esorcizzarla, ma che, all’arrivo dei parenti di Diego, non funziona più, perché la realtà risulta troppo inaudita.
Nella seconda parte il delirio di Diego diventa sempre più eccessivo e paranoico (e quindi anche meno certi gli episodi che racconta nella loro effettività), ma anche sempre più frequente è l’irrompere della realtà, della disillusione, che rimarca la sua condizione di fallito, la sua ridicolaggine di inetto. Aggrappato con sempre più ferocia al suo “Paese delle Meraviglie” in cui si aprono continue falle da cui entra a fiotti “il Quotidiano esecrabile”, emerge con sempre più forza e frequenza il profondo e vile egoismo di Diego, reazionario perché è più facile stare dalla parte dei più forti, più sicuro, cioè per paura (significative le righe di sfogo contro gli ebrei, la menzione del disinteressamento nei loro confronti durante il fascismo, pur di tenersi i piccoli privilegi ottenuti), trafficone e disonesto pur di arrivare a realizzare i propri obiettivi (come dimostra l’episodio dei denti d’oro di Elvira), futilmente e puerilmente vendicativo (quando tiranneggia Elvira o piscia nella teiera), ma sempre vilmente, sempre pronto a strisciare e chiedere pietà se i suoi piani non vanno come sperato. Insomma, la seconda parte è una spirale discendente, che disturba sempre di più nella sua triste e grottesca brutalità, ma al contempo impietosisce sempre di più per l’insipienza della vita che Diego cerca così febbrilmente di riscattare, ma in modo così sbagliato, così da scorciatoia per chi non ha altri mezzi oltre la fantasia.
Nell’epilogo finalmente Diego arriva a Montecarlo, l’ultimo simbolo in cui ancora può sognarsi vittorioso, sia come sostituzione riuscita di Anselmi (sua la cartolina che ispira la meta finale), sia come luogo dove, soprattutto nel casinò, si ritrovano i vincenti, ma quando questo risulta chiuso per sciopero, la sua realtà immaginaria, da cui già cadono sempre più pezzi, crolla quasi interamente e lo obbliga a un ultimo disperato sogno a occhi aperti, disperatamente cosciente di esserlo, per non accettare l’inevitabile scacco matto, la definitiva sconfitta. Eppure, quando Elvira muore e tutto sembra essere finito, la fantasia di Diego risorge come una fenice, meno bruciante forse, meno delirante, ma sempre meschina, sempre mirata spasmodicamente a propagare la voglia di vivere e quindi la vita. La genialità di Alberti è quindi quella di aver creato un personaggio come Diego, certo caricaturale rispetto al tipo umano medio, ma così uguale a lui, sia nell’uso della fantasia come arma di rivalsa o di evasione, sia per l’attaccamento vigliacco ed egoistico alla vita, che spinge anche alle cose più immorali pur di garantirsi qualsiasi minimo privilegio o di ergersi sopra agli altri (abbassandoli) e quindi illudersi di avere una vita più importante; ma al contempo di aver additato le ingiustizie e le gabbie che la società crea e propaga spesso solo per un proprio meschino comodo, per una quiete d’animo (e qui risulta azzeccatissima la divisione in due parti, con il colpo di scena che sposta l’interpretazione, e di conseguenza la critica, da un polo all’altro dell’arco della vita. E se il delirio è un violento far deflagrare le fantasie perbenisticamente celate e consumate al limite solo di nascosto, permette altresì di costruire un romanzo vivacissimo e sorprendente, disturbante e spiazzante, linguisticamente ricchissimo, con immagini molto originali e di grande potenza espressiva. Lo stile infatti sostiene e dona vigore al delirio, anche con i paragrafi molto più fluidi e con una punteggiatura che lesina in virgole, rispecchiando la foga dell’immaginazione di Diego, il suo fluire con impeto non irreggimentato, esattamente come le frasi che si susseguono e si ingolfano fino al punto fermo, collaborando a un’opera davvero unica e riuscita.
Smoothie/Pastry Sour del birrificio tedesco Sudden Death Brewing. Birra audace che spiazza sia per l’aroma che per la consistenza. Traducendo il genere per le persone meno esperte: una sour è una birra acida o per il tipo di fermentazione o per l’aggiunta di ingredienti quale l’acido lattico, come in questo caso e come ci indica la sottocategoria smoothie. Pastry suggerisce invece l’aggiunta di ingredienti che, oltre alla cremosità, conferiscono una certa dolcezza. Si potrebbe aggiungere anche la tipologia fruity, poiché questa birra contiene anche purea di frutta, soprattutto di ciliegia.
Ma veniamo al perché si abbina bene a questo libro, oltre a condividerne la capacità di sorprendere e spingere fuori dalla propria comfort zone. C’è il colore rosso come il sangue e la passione erotica e c’è il bianco grumoso del formaggio come… leggete il libro e capirete subito.
L’anulare
Il dito più elegante, quello per fare mostra di sé nella società sfoggiando qualche anello, ma anche quello che, tolto questo utilizzo, è il meno caratteristico, il meno interessante.


Il primo capitolo, fortemente ammiccante al lettore, iperbolico nelle sue ripetizioni e precisazioni, chiaramente con ironico rimando a quel tipo di narrazione che si rivolge direttamente al lettore, introduce già alcuni stilemi caratterizzanti il resto del romanzo, ma non mi convincono molto né lui – non trovo l’ironia particolarmente riuscita e le ripetizioni sfiorano la pesantezza – né gli stilemi.
Infatti, il protagonista, come emerge dalle lettere e dalle e-mail che scrive, sembra pesantissimo, con l’abbondanza di specificazioni, di dettagli superflui (ovviamente non per lui), ripetizioni, precisazioni, … Il problema, per me, è che la lingua del narratore piega verso il protagonista e assume in parte queste caratteristiche, risultando piuttosto pesante, per quanto poi la trama, più vivace e intrigante con i suoi salti temporali e la suspense di uno sguardo d’insieme che si va definendo piano piano, come se ogni capitolo fosse un pixel aggiunto all’immagine, mantenga viva la voglia di leggere.
Giunti alla fine del capitolo Solo che… si ha una resa dei personaggi molto più approfondita. Marco passa così da perfettino insopportabile a persona meschinamente incentrata sui propri piccoli egoismi, con l’aggiunta di un’ingenuità colpevole, insomma è sempre un personaggio spiacevole, benché non cattivo. Marina si rivela nel suo squilibrio mentale, ma queste due rivelazioni sono un po’ didascaliche, un po’ retoriche nella loro nettezza e nel linguaggio del narratore, che si ostina a rivolgersi a chi legge e assume sprazzi aggressivi, verosimilmente di slittamento verso il pensiero di Marina, ma non sistematici né convincenti, come non lo sono per nulla i tentativi di riflessione generalizzanti, forse ironici, ma comunque fastidiosi.
Successivamente viene approfondita Adele, come prima i genitori di Marco, ed è l’ennesimo personaggio a essere caratterizzato in maniera piuttosto estrema (i genitori per la loro esistenza quasi costantemente infelice), di per sé non inverosimile per i singoli, ma già assai di più per la concentrazione attorno a Marco. È chiaro che essendo un romanzo può chiedere la sospensione dell’incredulità di chi legge, e decisamente nel suo costante rivolgersi a chi legge intesse con loro un rapporto diretto, così da concentrare una galleria di personaggi che illustri le difficoltà della vita e delle relazioni e le diverse strategie adottate per fronteggiarle, ma questa ulteriore cosa richiesta a chi legge concorre a rendere meno piacevole la lettura. Non dico che a chi legge non debba essere chiesto nulla, perché la lettura non deve essere solo facile, ma può essere anche fatica, tuttavia l’azione richiesta (almeno da un libro davvero riuscito) deve essere per digerire la profondità dell’opera, per cogliere le sue sfumature e i suoi surplus di senso, non per cementare le crepe e mantenere in piedi la storia.
Con il terribile “fratello Marco” (cap. Shakul & Co.) emerge forse meglio l’intento dell’autore: rivolgendosi a chi legge vuole coinvolgerlo ma in virtù di un principio di solidarietà, di presupposto nel solco di “siamo tutti sulla stessa barca”. Noi possiamo simpatizzare con Marco perché è un personaggio di base buono, ma umanamente meschino nell’affrontare certe situazioni, un po’ come lo è talvolta chiunque. In questo senso Marco ci è fratello e in questo senso il libro dovrebbe parlarci. D’altra parte ci sono vari tratti un po’ iperbolici, quasi caricaturali, che se permettono di cogliere meglio certi elementi e certe dinamiche (proprio perché essendo esagerati sono più evidenti che nella vita reale, ma ci consentono poi di effettuare un transfer o di istituire delle analogie), spingono anche l’autore a una presa di distanza, con iniezioni d’ironia che spezzano il velo della finzione (così come le frequenti allocuzioni a chi legge) ed esplicitano che quanto si legge sulla pagina si scosta da quanto si incontra nella realtà, pur potendo esserci tangenze. Tuttavia questo arduo equilibrismo tra diverse istanze non è ben gestito dall’autore, portando a sbilanciamenti soprattutto sul piano del distanziamento, tanto da frenare la scorrevolezza della lettura e il flusso della trama; o addirittura tanto da irritare, come quando il narratore generalizza cose che reputa tutti percepiscano o vivano allo stesso modo, imponendole tramite le allocuzioni a chi legge (ad esempio la telefonata nel cuore della notte), se questə invece le percepisce o vive in modo diverso. In altre parole, invece di permettere, con elisioni e inferenze attivate, a chi legge di riempire i buchi con la propria esperienza e il proprio sentire, il narratore impone un’unica visione, risultando respingente (e l’ironia non aiuta a mitigare l’effetto, ma sembra quasi insinuare “dai, lo so che sotto sotto anche per te è così”, piuttosto che prendere in giro chi crede, come spesso avviene, che tutti la pensino come lui).
Quando si arriva alla fine del libro, Marco si delinea sempre di più come un eroe egoista e meschino, l’unico forse davvero possibile, ossia una figura che agisce spesso nel bene, anche con sacrifici, ma lo fa comunque per un qualche tornaconto personale, fosse anche solo la soddisfazione del prestigio sociale o morale di certe condotte; oltre a emergere tutta l’energia che spende per mantenersi all’interno della propria zona di comfort o al limite di transitare in una zona di comfort successiva, altra caratteristica di gran parte dell’agire umano. E la fine piuttosto insipida si allinea con il protagonista, pur lasciando un po’ insoddisfatti. L’aspetto più notevole della parte finale è quella dell’Uomo del futuro, unico punto in cui l’ironia mi sembri funzionare davvero, in primo luogo perché il personaggio è femminile (con rimando alle lotte di genere e alla messa in risalto del femminile in quasi tutti gli ambiti, come rivalsa e moda dopo secoli di marginalizzazione), poi perché riesce a fare tutto benissimo ed è bellissimo (insomma, frecciata a come spesso i genitori/nonni vedano la propria prole in maniera idealizzata), infine per le azioni che compie, di per sé normalissime ma ormai, in questo mondo in rapidissimo cambiamento e schiavo della tecnologia, sempre più eccezionali. Anche qui, comunque, trovo che la caricatura iperbolica sia eccessiva.
In conclusione, mi è sembrato un romanzo che parte da idee interessanti, ma che fallisce nell’integrarle in una trama e in uno stile equilibrati, forse anche per un’eccessiva sicurezza e un po’ di autocompiacimento dell’autore.
P.S. Quando si leggono le note al testo, si vede che la pedante puntigliosità del protagonista gli è prestata dall’autore.
Birra di tipologia Barley Wine del birrificio svizzero Sottobisio. Le barley wine sono birre invecchiate in botti per qualche anno; durante il processo raggiungono una gradazione alcolica pari a quella di un vino rosso, perdono la bollicina e acquistano un gusto liquoroso e molto ricco.
L’abbinamento è dettato dal fatto che questa tipologia è vista un po’ come la regina delle birre per la sua complessità e per la lunga procedura di produzione. È la classica birra da meditazione, da gustare lentamente e per chi se ne intende. Peccato che molti birrifici si siano ora lanciati in questo genere, senza dedicarci la giusta competenza e il giusto tempo, producendo così birre che sono solo un’imitazione pallida (non per il colore della birra, però) di quelle fatte bene. Questa birra è proprio così e mi ha perciò ricordato, nel suo piglio da grande birra, il romanzo di Veronesi, troppo sicuro di sé e al contempo non abbastanza significativo, non abbastanza complesso.
Il medio
Il dito più irreverente, che si usa per scardinare le tradizioni, per mandare a… i canoni, la serietà, il perbenismo moraleggiante. Il dito che permette di sbriciolare ogni autorità con un gesto dissacrante e ricominciare da qualcosa di nuovo, di più libero. Il dito un po’ folle, come ciò che segue.


Indubbiamente uno dei migliori libri che abbia letto ultimamente, per il modo geniale con cui Boffa, biologo di formazione, riesce a inscenare la vita degli animali mantenendone i loro tratti, ma ponendoli in cortocircuito con atteggiamenti, parole e pensieri umani, giungendo così a una critica sociale obliqua e spiazzante, che riesce a gettare luce sulla non-naturalità di tante nostre costruzioni sociali che diamo per scontate e assolutamente ovvie. Ogni storia poi beneficia di un orientamento stilistico/tematico diverso, conferendo varietà alla lettura.
Il primo racconto dopo il prologo da già misura della genialità di Boffa. Entro il filtro ironico del punto di vista di un ghiro – reso molto bene nel maggiore valore attribuito al sogno, in cui in effetti passa più che in veglia, rispetto alle attività da sveglio, anzi, a qualsiasi attività, tanto che persino nel sogno il desiderio maggiore è addormentarsi con Ljuba – l’autore inserisce la riflessione sul rapporto tra vita e sogno, ricollegandosi alla pièce La vita è sogno di Calderon de la Barca, ma anche, nel dubbio di chi stia sognando chi, alla riflessione di Confucio sulla farfalla. Ma come se non bastasse questa cornice filosofico-letteraria illustre, Boffa inserisce altre riflessioni, come il desiderio di controllo e la prevaricazione sul prossimo, persino se amato, oppure il tema di quali siano le fonti d’ispirazione per un’opera d’arte, che per un ghiro è il sogno. E tutta questa serietà tematica cozza però con il fatto che i protagonisti siano ghiri (solo in parte umanizzati), fatto ricordatoci continuamente dalla precisione della terminologia tecnica adottata da Boffa.
Il secondo racconto (Viskovitz lumaca) si aggancia nuovamente a una cornice alta, intrecciando il mito di Narciso e di Ermafrodito, a cui unisce la riflessione sugli amori impossibili o contro le convenzioni sociali (incestuose, tra medesimi sessi, con molta differenza di età, …), il tutto calato in una prospettiva alienante, dove il tempo e lo spazio si dilatano enormemente e assumono tutto un altro significato, molto più limitante e drammatico (naturalmente secondo il nostro punto di vista che si proietta sulla vicenda, ma d’altra parte, dietro lo schermo animale, il racconto parla dell’uomo e dei suoi limiti). La natura ancora più surreale del testo, rispetto alla precedente, rende la terminologia tecnica ancora più divertente e ad essa si aggiungono le esclamazioni in francese, ironica allusione alla cucina in cui le lumache sono un piatto pregiato.
Il terzo racconto (Viskovitz mantide religiosa) è uno dei più geniali, poiché spinge al massimo sulla situazione surreale del cannibalismo nell’accoppiamento, per cui il classico e trattatissimo tema di Eros e Thanatos vede le due entità giungere all’effettiva fusione, cosicché il cerchio morte-vita diventa assolutamente concreto. Un tema che da sempre affascina e angustia gli uomini viene declinato con grandissima ironia.
Nel quarto racconto (Viskovitz fringuello) di nuovo l’autore si rivolge al mito, ma a quello nordico del changeling, dello scambio di neonati: quante paure o situazioni di crisi trasfuse in miti e letteratura si ritrovano realizzate nel mondo animale? Condotto sul tono del thriller, con il protagonista che scivola nella paranoia, mentre la tensione è investita da un climax ascendente, che culmina nel colpo di scena finale, il quale va a umiliare l’arroganza del protagonista, così convinto della sua superiorità e della sua astuzia, da cadere in pieno nell’inganno.
Nel quinto racconto (Viskovitz alce) il mito del maschio alpha viene desacralizzato, così come viene fortemente parodiato il privilegio del potere: dopo un anno da esaurimento, il protagonista torna dall’alce “prostituta” con cui andava quando era un perdente. Da questo racconto emerge molto bene anche il gusto dei giochi di parole che attivano cortocircuiti tra mondo animale e mondo umano, con esilaranti effetti comici (ad esempio Vostra Alcezza).
Il sesto racconto (Viskovitz scarafaggio) inserisce la riflessione sull’assoluta soggettività e arbitrarietà del valore attribuito agli oggetti in una narrazione stile gangster, dove il protagonista diventa il don malavitoso, che il colpo di scena finale mette di fronte alla soggettività del valore. Al contempo emerge come il condizionamento culturale sovrascriva in gran parte la biologia, perché il protagonista, pur scoperta la sua vera natura, non riesce a ricondizionarsi.
Il fulcro del settimo racconto (Viskovitz maiale) è il ribaltamento di prospettiva: i lussi e gli agi considerati dall’uomo generalmente come il punto di arrivo del successo, della realizzazione, sono visti come cose degradanti dai protagonisti, che sono dei porci e che gli preferiscono decisamente, per dignità, le loro porcate.
Anche nell’ottavo racconto (Viskovitz topo) si affronta una tematica molto comune: è più utile l’intelligenza o la stupidità per raggiungere la felicità? Tutte le peripezie e la rivoluzione vissute dal protagonista, che lo conducono alla fine al posto dello stupido, sono una risposta ironica e al contempo ambigua al problema, chiusura degna di questo racconto sullo stile della fuga/rivolta degli schiavi o dei prigionieri.
Per quanto l’andatura del nono racconto (Viskovitz pappagallo) sia abbastanza prevedibile (manca per dire la drammaticità dell’eco del racconto 31 di Camilleri), è carina la derisione di quei rapporti che funzionano solo perché una delle due parti non esprime la propria opinione, ma segue l’altro; oppure la presa in giro dei numerosi problemi comunicativi che affliggono una coppia.
Se il racconto di prima sfiorava i problemi comunicativi, il decimo (Viskovitz spinarello) affronta il tema dell’incomunicabilità e dell’inevitabile fraintendimento (cfr. L’insostenibile leggerezza dell’essere) in maniera stupenda. Spingendo le cose all’estremo, anche perché l’uso di un linguaggio gestuale aumenta i rischi di fraintendimento, basandosi maggiormente sull’inferenza (se non c’è, ovviamente, un alfabeto), il protagonista, conscio che la probabilità di essere fraintesi è elevatissima, rinuncia a rinegoziare continuamente, a correre il rischio, cercando di comunicare il meno possibile. E infatti l’assurda soluzione perfetta è una compagna inanimata, totalmente estranea al linguaggio. Alla fine è proprio l’evoluzione, il complicarsi della comunicazione per esprimere concetti astratti elaborati dalla mente razionale umana, a moltiplicare il senso e di conseguenza il fraintendimento.
L’undicesimo racconto (Viskovitz scorpione) è una gustosissima parodia western con scorpioni al posto dei pistoleri. La ferocia amorale di quel mondo viene moltiplicata a dismisura, invertendo con la sua paradossale forza ironica ogni cosa, dal calco della sfida al OK corral, in cui il protagonista secca anche gli Earp, al quadro finale di gioia famigliare votata allo sterminio.
Il dodicesimo racconto (Viskovitz formica) ironizza invece sulla sete di potere, sulla rivalsa meschina che vuole abbassare e piegare gli altri alla propria bassezza, al contempo mascherandola con simboli e retorica. Ma la riflessione è tutt’altro che banale, perché parte del rifiuto, dall’emarginazione sociale che comporta due reazioni (in questo caso, essendoci altrimenti anche la terza, il tentativo di integrarsi): l’annullamento di sé, la rinuncia ad autodeterminarsi e a conquistarsi una posizione sociale (Zucotic); oppure la rivalsa rancorosa (Viskovitz). E stupenda è anche la riflessione sulla coincidenza tra i simboli di potere e corpo fisico/figura umana, che solo in essi trova il significato, o almeno, quel significato di superiorità agli altri. E allora, nell’ironia assurda e brutale di Boffa, è ovvio che al rompersi della statua Viskovitz si automutili per annullare lo scarto, per tornare a essere come la statua. Pertanto alla fine risulta essere rimasto una nullità: perché tutto il suo senso era una costruzione esterna.
Nel tredicesimo racconto (Viskovitz camaleonte) Boffa torna sulla riflessione identitaria, affrontando il tema delle maschere, del trasformismo in base al contesto e al gruppo. E la frase finale sigla in modo geniale questa incapacità di essere sé stessi, tanto da non riconoscere neppure la propria genuina identità.
Nel quattordicesimo racconto (Viskovitz cane), il più lungo e forse il meglio costruito a livello di respiro narrativo. Boffa riprende i racconti polizieschi americani stile gangster movie, colmi di corruzione, tradimenti, doppiogiochismo (cfr. L. A. Confidential). Il protagonista ha una profondità psicologica stupenda: davvero innamorato di Lara, ma cinico e disincantato, alla ricerca della pace interiore (l’inserzione della meditazione buddista è stupenda), ma dipendente dalla droga. Insomma, il racconto ti tiene con il fiato in sospeso fino all’ultimo colpo di scena.
Dopo il brevissimo quindicesimo racconto, non particolarmente riuscito, Boffa torna, nel sedicesimo (Viskovitz squalo) sui rapporti famigliari e sociali distruttivi, declinando il cinismo della legge della giungla secondo una feroce ironia giocata tutta sull’ambiguità semantica di certi termini (questo è forse il racconto dove i giochi di parole sono più vivi e dotati di maggiore carica narrativa). In sottotraccia rimane comunque una riflessione interessante: esasperando il cinismo predatorio della legge della giungla fino a vette surrealmente brutali, Boffa ci mostra come sia una legge sensata unicamente per gli animali, ma come sia solo un alibi per la società umana, un alibi all’egoismo avido, amorale e ipocrita di certe persone.
Nel diciassettesimo racconto (Viskovitz fuco) arriva il momento anche per una riflessione sui canoni estetici (con una strizzatina d’occhio sarcastica all’architettura): questo racconto, oltre a dimostrare come una bellezza fuori dalla norma possa essere un peso, influendo negativamente sulle interazioni (alla pari della bruttezza), ricorda come essa sia un canone culturale e mutevole, infatti è mutato nei secoli e nei luoghi. Inoltre il bello è necessariamente straordinario, per cui quando diventa comune, va aggiornato, slitta verso il nuovo, che può anche coincidere con quanto poco prima era ritenuto brutto. Così, d’altra parte, funziona la moda, ossia assegnando bellezza a qualcosa di nuovo e confermandola con la popolarità.
Nel diciottesimo racconto (Viskovitz spugna) Boffa si diverte semplicemente a giocare con la concezione rigida della sessualità del lettore, mettendolo di fronte a una situazione naturale (vs certi omofobi rincoglioniti) che la stravolge completamente, annegandolo in un orgiastico caos incestuoso.
Il diciannovesimo racconto (Viskovitz leone) passa dalla parodia dell’addomesticamento dell’avventura, della spettacolarizzazione dell’esotico e del pericolo, degradato a semplice show completamente artificiale (declinata secondo le dinamiche hollywoodiane), con anche una strizzatina d’occhio alle mode assurde (i carnivori vegetariani), alla riflessione sulla vecchiaia e la perdita di autorità/dignità che essa comporta (i vecchi spinti a lato dai giovani, le nuove forze produttive), passando per una parodica riflessione sul maschilismo (con il protagonista che si lamenta per la perdita d’autorità del leone maschio e con la gazzella che cede al fascino del maschio macho, del cattivo ragazzo) e sulla difficoltà di cambiare la propria natura (il leone che torna a mangiare carne).
L’ultimo racconto (Viskovitz microbo) parodia il rapporto uomo-Dio/aldilà: da individuo senza nulla di eccezionale, il protagonista si erge sopra gli altri, come eletto. Ciò gli dà il diritto, sempre spinto dalla vocina interna/dio, di nutrirsi/distruggere gli altri, di conquistare gli altri e convertirli. Ma alla fine, in ultima istanza, di imparare a morire, di conferire senso alla fine di tutto.
Riassumendo, questo libro ha il pregio di unire la riflessione su tematiche molto profonde e dibattute a una verve comica notevole, a una grande varietà stilistica e di genere, a uno sguardo obliquo, che sfruttando il mondo animale ci aiuta a capire come molti costrutti che regolano la nostra società e il nostro modo di vivere siano culturali e tutt’altro che naturali e come, molto spesso, gli atteggiamenti criticati come contro-natura siano in verità assolutamente naturali, ma siano tutt’al più contro-cultura, o meglio contro la cultura dominante. Boffa ci spinge quindi a relativizzare, a gettare uno sguardo critico sui costrutti sociali, senza ritenerli gli unici possibili e neppure immutabili; il tutto spiazzando e sorprendendo il lettore a ogni pagina, grazie al suo estro geniale, facendolo sbellicare dalle risate.
Gose del birrificio francese Mogwaï. La gose è una birra acidula e un po’ sapida, solitamente molto rinfrescante e dissetante.
Questa invece è una versione folle, creata con fagioli rossi, concentrato di pomodoro, cipolle, aglio, cumino e peperoncino. Al primo sorso, vi sembra di esservi ficcato in bocca un cucchiaio di chili con carne (una leggera nota affumicata ricorda appunto la carne, che tranquillizzatevi non è tra gli ingredienti), poi dopo qualche altro sorso cominciate a intuire la birra. Questa fusione tra cibo e bevanda e questo modo di alzare il dito medio alla tradizione brassicola ricorda molto l’atteggiamento di Boffa nel suo libro.
L’indice
Il dito per indicare i diversi aspetti della realtà, per toccarli, per invitare a fare attenzione, per invitare al silenzio, ma anche per minacciare di morte, per fare segno di no, per tirare una croce sopra a qualcosa o per indicare sé stessə in rapporto alle altre persone. Il dito più vario e più ambiguo, ma soprattutto quello della deissi, come le poesie di Calandrone, che vogliono indicarci qualcosa, che vogliono richiamare la nostra attenzione su certi aspetti della realtà che spesso, nella nostra distrazione, ci perdiamo.


Già la prima poesia, Io sono gli altri, è un buon esempio dello stile di Calandrone: una scena estremamente concreta, materiale, calata in un contesto sfumato, vagamente onirico, che rileva, come liquido di contrasto, i segni di un significato più universale, che trascende l’esperienza individuale e la soggettività dell’io poetico. Gli animali uccisi, gli scarti scomparsi nel buio in un ambiente di gesti ripetuti e meccanici rimanda al contempo alla violenza predatrice dell’uomo verso la natura (dettato da un atteggiamento di superiorità) e alla violenza della società umana verso i suoi membri, sfruttati, tritati e poi emarginati dal nucleo di potere (scartati), oppure non considerati al di fuori del loro ruolo produttivo (precipitati nel buio). Nella prima parte in generale emerge un’io poetico isolato nelle difficoltà della vita, negli scacchi continui che essa ci infligge, tenacemente aggrappato a gesti quotidiani e concreti, in cui afferma il proprio esistere – un commovente tentativo di esercitare del controllo, di orientarsi come agente e non come essere passivamente travolto dagli eventi – e tramite i quali cerca di conferire un senso superiore alla propria esistenza, che tuttavia sembra emergere maggiormente da una sorta di comunanza con gli altri, da una leopardiana solidarietà nella sofferenza, nello smarrimento. La voce poetica estende allora tanti barbigli a sondare gli altri, a connettersi con loro, formando una rete emotiva.
La parte che dà il titolo all’intera raccolta risulta più misteriosa, con un tu ibrido, tra l’umano e il vegetale, forse una madre che si assimila a Madre Natura tramite un suo frammento (il giardino) in un inno di amore, trasformazione e, in parte, anche desolazione e solitudine, perché il giardino, anche se è di gioia, ospita una ciclicità in cui alla vita segue la morte (e viceversa). E se dal tu esce luce, calore e vegetazione simbolo di vita, su di esso si incidono i segni violenti dell’esistenza, sotto lo sguardo dell’io poetico che ne soffre, che vorrebbe proteggere ma è a sua volta smarrito. Su tutto spira un senso di malinconia, di invisibili muri che nonostante tutto separano, di vita che, alla fine, si riduce a semplici gesti (quelli dell’ultima poesia).
La sezione che segue, Intelletto d’amore, è molto meno interessante, ma trasmette un’immagine dell’amore al contempo estremamente positiva e trasformativa (forse l’unica forza che davvero conta al mondo), ma anche pericolosa, latrice di sofferenza, di scontri, di piani del potere diverso, di reciproche (o non) dipendenze che aprono allo strazio. Se una vita senza amore è presentata come meccanica e crudele, è altrettanto inevitabile che l’amore sia ricoperta di lame e ci tagli al suo passaggio.
Anche la sezione dopo, Tempo reale, non mi ha convinto tanto, a tratti troppo retorica o patetica nel suo afflato civile, di pietosa denuncia; talvolta con poco ritmo, ingolfata, probabilmente anche per aderire al contenuto, per rifuggire una lirica troppo elevata, che nobiliti (e di conseguenza filtri) la sofferenza, ma avvicinandosi così talvolta a una prosa quasi giornalistica, che smorza l’intensità, almeno per me.
Le case infinite è invece una sezione davvero ben riuscita, sia perché riporta l’attenzione su una realtà post-bellica, che per i media ormai non fa più notizia e quindi scompare dal dibattito pubblico, quando invece è nel dopo che avvengono le cose, che si deve ricominciare imbrigliati da odi e rancori, da ferite, da disillusioni, dalle pastoie della recessione (ed emerge una solitudine straziante, di chi è abbandonato dallo Stato e vede quindi tutti i morti del conflitto come inutili), mentre la guerra c’è ormai stata e non può essere cambiata retrospettivamente; sia per come lo fa, attraverso un paesaggio disseminato di tracce cupe, di indizi di quell’incerto annaspare, di echi di un passato assai diverso, che sembra ormai lontanissimo, e attraverso la voce di chi rimane, come può. Anche il ritmo, il tessuto fonico e le immagini sono intensamente marchianti, pur senza allontanare minimamente la realtà raccontata nell’astratto, ma conferendole invece quella vibrante concretezza che obbliga chi legge a esser presente nelle parole, nei versi.
Le due sezioni successive, Il disamore e SpamPoetry, hanno un elevato tasso di originalità, poiché affondano nella cronaca nera, ma schivando ogni morbosità, per scavare invece alla ricerca dei motivi dietro a gesti violenti apparentemente così disumani, contronatura. Il gesto diventa allora un indizio, un indice puntato nella direzione dove va affondato lo scandaglio e Calandrone lo fa senza paura e con grande onestà, adottando nella prima delle sezioni il punto di vista di chi compie il gesto, partendo dalle loro parole (interviste, verbali, …) per provare a ricostruire le emozioni e i pensieri, le ragioni, per fare emergere cosa, nel disamore, rimanga incrostato a una forma degenerata di amore. E alla fine quei gesti risultano umanissimi, ma semplicemente disfunzionali, risposte inadeguate a sofferenze e difficoltà, ma appunto totalmente inseriti nel continuum umano, comprensibili, in un certo senso. Le persone incasellate dall’opinione pubblica come carnefici emergono così anche nella loro condizione di vittime; nella seconda delle sezioni, invece, sono le contaminazioni con altri generi/testi che fanno emergere la brutalità del gesto, con una posizione più di condanna che di comprensione (anche se il gesto viene contestualizzato in una cornice sociale più ampia, che lo sottrae dalla sua isolazione e rileva la base su cui si è sviluppato, ampliando in un certo senso la responsabilità della colpa), proprio per l’assenza di quello strato di esperienze da vittima. Se quindi la prima, grazie allo scandaglio poetico, riesce a farci entrare nelle ragioni del disamore (ed è un risultato notevole), colmando l’alterità da mostri degli io poetici (con quindi uno scarto rispetto al tono della cronaca nera e tutto un altro rispetto dei soggetti da cui si fa prestare la voce, senza comunque per forza assolverli); la seconda si muove in direzione contraria e cerca di ridare senso a qualcosa di così altro, che le parole perdono di peso e di forza, si normalizzano, processo contro cui Calandrone impiega l’ibridazione, così da recuperarne tutta la bruciante incisività (e qui ritmo e sonorità fungono da amplificatori eccezionali).
In Il puro esistere e Nel sogno della materia, se l’ibridazione del linguaggio poetico con quello tecnico-scientifico (astrofisica, anatomia, botanica, …) dà risultati interessanti dal punto di vista fonico e dal cozzo dei due nasce un certo straniamento che ricrea quello dell’essere umano davanti alla natura; e se al contempo è un procedimento che rimarca come la poesia, interrogandosi sul reale, è su un binario parallelo rispetto alle scienze e possono quindi avvenire scambi, condividendo esse il medesimo soggetto; le sezioni risultano comunque un po’ deludenti, sia per le riflessioni esistenziali che innescano (talvolta troppo criptiche, talaltra, spogliate dal linguaggio elevato, assai note), sia perché l’amalgama tra i due linguaggi rimane troppo eterogenea, senza una riuscita compenetrazione. La seconda delle due sezioni ha un impulso più netto ad ampliare l’esperienza individuale a quella universale, nel rimarcare come siamo inseriti in qualcosa di molto più grande, culturale (la società con le sue costrizioni) o fisico (il cosmo) come una singolarità difficilmente spiegabile e così affascinante nella sua forza, ma basata su una concezione (il ruolo dell’essere umano nell’universo) che condivido poco, perché si basa comunque su una certa presunzione di matrice rinascimentale, quando alla fine siamo solo animali e per quanto ci sbattiamo, non abbiamo alcun ruolo nell’universo (quantomeno non teleologico o divino), ci viviamo semplicemente dentro.
L’ultima sezione, Rosso Roma, comincia con una poesia molto interessante, che di nuovo sperimenta con una miscela di fonti, intrecciando le parole di Giulia Bertoni, sulla nave Seefuchs alla quale viene impedito di salvare 120 migranti dall’annegamento, e quelle di e-mail spam inviate all’autrice. Le promesse di vantaggi di quest’ultime cozza con la fine dei migranti, parimenti mossi dalla promessa (spesso illusoria) di una vita migliore, mentre il linguaggio approssimativo, spesso spezzato, fornisce un orizzonte di non-senso alla perdita di senso delle parole di Bertoni e alla difficoltà di pronunciarle. Un accostamento, che potrebbe quasi sembrare di cattivo gusto, risulta invece di grande efficacia per restituire intensità a un evento che ormai, nella bulimia mediatica sui vari naufragi e morti in mare dei migranti, ci è quasi diventato indifferente. Dal mare si passa a un altro mare, quello che fa da sfondo a Roma, per vari quadri di vita cittadina, o meglio delle difficoltà di chi vive ai margini della città, della sua resilienza, in sviluppo parallelo con quella della natura, di cui, per l’autrice, condivide anche la bellezza. È un seguito quindi meno originale, ma che riprende alcuni temi dell’inizio e chiude a cerchio questa ampia riflessione sull’esistenza e sulle sue insidie/gioie, sulle sue contraddizioni e ingiustizie, sulla capacità umana di andare avanti nonostante tutto, aggrappandosi al poco che c’è, e sul ruolo degli affetti e dei desideri, che di fatto occupa tutta la raccolta.
Tra alti e bassi, quindi, non essendo tutte le sezioni ugualmente riuscite, si può senz’altro dire che Calandrone sperimenta felicemente diversi modi di usare la lingua e di rimpastare materiali linguistici già esistenti, per generare nuovo senso o nuove sfumature di senso. Inoltre alterna componimenti di riflessione più generale, che si ispirano a quadri o episodi di vita, ma sfumandone i contorni nel discorso poetico (quindi più tradizionali), ad altri molto più nettamente legati alla cronaca, molto più ancorati alla contingenza, benché da essa aprano poi spiragli di respiro più ampio. Personalmente trovo quest’ultimi molto più interessanti e innovativi, anche perché negli altri ci sono spesso espressioni legate all’universo, all’infinito, alla materia, insomma espressioni che per la loro vaghezza e ampiezza possono suonare molto poetiche, ma che trovo finiscano per dire ben poco.
Imperial Stout del birrificio francese O’clock Brewing. Le imperial stout sono stout, ossia birre con un’alta percentuale di malto tostato, quindi tipicamente scure, con gusto torbato e note di caffè e cioccolato nero, ma fermentate più a lungo, perciò con una gradazione alcolica molto più elevata. In questo caso si tratta di una birra invecchiata in botti di rum e con l’aggiunta di pistacchi.
L’aroma è complesso e contrastante, con note al contempo amarognole e tostate da stout e quelle liquorose e dolciastre da imperial stout, a cui si aggiungono i sentori della botte. Il pistacchio si sente poco ed è una birra che non convince in tutti i suoi aspetti, esattamente come non tutte le sezioni che compongono la raccolta poetica di Calandrone raggiungono lo stesso livello di riuscita e nell’insieme, in tutte e due gli oggetti, la coesione è un po’ allentata.
Il pollice
Il dito più robusto e voluminoso, ma anche quello più tozzo e pesante. Il dito del giudizio, che determina cosa piace e cosa non piace (e che spesso segue la corrente nel farlo). Ma soprattutto il dito che, diventando opponibile, ha dato il via alla nostra evoluzione.


In questo saggio Pievani punta a smontare un pericoloso quanto arrogante presupposto umano: l’inevitabilità evoluzionista del progresso che ha portato l’Homo sapiens alla condizione attuale. In primo luogo smonta l’errata convinzione, ancora diffusissima e insegnata, benché da decenni si sappia che non è così, che l’essere umano si sia evoluto lungo una sola retta evolutiva, quando invece c’è stato un folto cespuglio di ominini, entro cui non siamo che un recente ramoscello: non siamo quindi una specie predestinata, ma soltanto una specie fortunata, che per una serie di contingenze ecologiche, climatiche e biologiche è rimasta come unica sopravvissuta del proprio cespuglio evolutivo. Se ciò non bastasse a un bagno di umiltà epistemologico (dopo decenni in cui i dati sono stati piegati a questa interpretazione antropocentrica della superiorità predestinata dell’Homo sapiens e quindi di una sua marcia verso lo stato attuale progressiva e ineluttabile), Pievani ci mostra anche come molte delle cosiddette caratteristiche tipiche dei sapiens si siano in realtà sviluppate per altri motivi e solo in seguito siano state cooptate per altre funzioni: il bipedismo pare sia nato per motivi di controllo della temperatura corporea durante le prime incursioni nella savana e rimanendo per millenni un’alternativa alla vita arboricola per specie ominine che vivevano in una nicchia ecologica al margine tra foreste e savane, il grande cervello è dovuto alla neotenia, ossia a uno sviluppo molto più lento dei cuccioli e a una sostanziale continuità anatomica tra forma cucciola e forma adulta. Insomma, non ci siamo alzati su due piedi per poter usare le mani e costruire strumenti (questo capiterà millenni più tardi, come conseguenza secondaria di questo cambiamento, ossia come un processo exattativo, in cui un tratto evolutivo viene rifunzionalizzato), né il cervello ci è cresciuto come conseguenza dell’uso di strumenti o per il pensiero simbolico, dato che ci sono tracce di ominini che usano le medesime tecnologie dei sapiens e hanno la medesima complessità organizzativa sociale e che sono sopravvissuti benissimo fino a 50mila anni fa. La neotenia è frutto di una mutazione genetica casuale, a livello evolutivo piuttosto azzardata, dato che rende necessario proteggere la prole molto più a lungo, ma che a posteriori risulta exattativamente utilissima per lo sviluppo del nostro pensiero; oltre al fatto che un’infanzia prolungata permette un maggiore e più flessibile apprendimento.
Proseguendo, nel libro si scopre come i primi ominini furono tutt’altro che temibili cacciatori, ma tutt’al più sottraevano le carcasse lasciate dagli altri predatori o si limitavano a cacciare piccoli animali, risultando molto spesso loro le prede. Si scopre inoltre che tutti gli ominini vengono da successive migrazioni fuori dall’Africa, con ultime quelle dei sapiens (e noi veniamo dalla più recente), che si diffusero poi in quasi tutte le terre emerse e che quindi l’Europa, che si era posta al centro per i Cro-Magnon e per altre scoperte, non ha che un ruolo marginale nella nostra evoluzione. Inoltre la presunta lotta senza quartiere tra neanderthal e sapiens non è mai avvenuta (mancano le prove fossili di genocidi o stermini di massa), ma si è semplicemente trattato di un leggero vantaggio dei sapiens rispetto ai neanderthal nella competizione per le medesime risorse, per una probabile maggiore flessibilità dei primi. Non per l’intelligenza, dato che il cervello dei neanderthal era in media più grande di quello dei sapiens e anch’essi avevano il pensiero simbolico, come dimostrano riti funebri e decorazioni pittoriche. Un piccolo vantaggio può essere dovuto al linguaggio articolato, altra exattazione di una mutazione genetica del tratto laringeo dovuta probabilmente sempre al controllo di temperatura e umidità dell’aria inspirata, mutazione assente nei neanderthal. Insomma, il libro mostra come l’emergere della nostra specie come unica sopravvissuta non sia affatto dovuto alla nostra superiorità tout court, bensì a una fortunata serie di coincidenze climatiche e biologiche che ci hanno permesso di emergere (e si noti che il bianco era il neanderthal e noi eravamo neri, alla faccia della superiorità della “razza bianca”).
Il libro si conclude mostrando come ciò che noi reputiamo con molta arroganza il culmine dell’evoluzione, non sia altro che una specie catastrofica, che già nella tarda preistoria, ossia durante la sua distribuzione globale, impattò profondamente su tutti gli ecosistemi che toccò, soprattutto portando all’estinzione di gran parte della megafauna locale e riducendo drasticamente la biodiversità (quindi, quando i colonizzatori bianchi arrivano in Australia o in America, devastando ulteriormente la biodiversità locale, non arrivano affatto in terre vergini con un equilibrio perfetto, ma in terre che avevano già subito una drastica riduzione della biodiversità). Questo atteggiamento invasivo e distruttivo rischia di portare l’unica specie che si sia mai auto-nominata sapiens al suicidio, sollevando quantomeno qualche dubbio sulla sua presunta sapienza. Oltre a essere responsabile dell’estinzione di 30mila specie all’anno (secondo le stime più moderate), i sapiens hanno ricreato le tre condizioni tipiche delle estinzioni di massa storiche: cambio del clima accelerato (innalzamento della temperatura), alterazione della composizione dell’atmosfera (gas serra) e stress ecologico improvviso (riduzione drastica della biodiversità). Insomma, oltre a produrre già tassi di estinzione vicini a quelli delle cinque grandi estinzioni di massa, abbiamo creato le condizioni per lo scoppio della sesta. Tuttavia, nella nostra arroganza e mancanza di lungimiranza, continuiamo a credere di essere distaccati dalla natura e di poter gestire o mitigare quello che arriverà, quando non è affatto così (basti pensare che il 75% dell’agricoltura dipende da insetti impollinatori, in calo drastico da anni). Sarebbe giunto il momento di capire che l’eco-centrismo non si contrappone all’antropocentrismo, dato che se non li conciliamo, ci sono poche probabilità che supereremo la prossima estinzione di massa; e che l’ecologia non è disgiunta dall’economia, perché gli investimenti che saranno necessari per contrastare le conseguenze di un tale deterioramento climatico saranno nettamente superiori a quelli che servirebbero per ritardarlo e mitigarlo. Eppure cosa fanno le maggiori potenze? Investono negli armamenti con lo spauracchio della guerra e l’illusoria promessa di una maggiore sicurezza (è scientificamente e storicamente dimostrato che l’aumento degli investimenti negli armamenti è sempre coinciso con più conflitti e mai con la pace) e la maggioranza delle persone segue tutta contenta questo manipolo di persone che pensa solo a passare la propria vita circondata da potere e ricchezza, fregandosene non solo di chi arriverà dopo, ma anche di chi c’è ora, perché se Pievani precisa che solo una porzione minoritaria dell’umanità beneficia di condizioni di vita migliore rispetto al passato, io sarei ancora più radicale, dato che il decantato benessere occidentale, misurato sul PIL e sul potere di acquisto e altri servizi, considera ben poco la qualità di vita generale e il tasso di felicità, che dubito siano davvero meglio del passato. E la nostra presunta superiorità evolutiva? La durata media della sopravvivenza di una specie animale sulla terra è ca. di 5 milioni di anni, Homo sapiens ne ha appena 200mila eppure è già pericolosamente vicino al suicidio: la risposta è abbastanza ovvia.
Peccato però per il tasso di ripetitività, concetti ribaditi e ricapitolazioni davvero troppo elevato, tanto che il libro avrebbe potuto tranquillamente avere un centinaio di pagine in meno, risultando meno pesante alla lettura. Capisco l’esigenza divulgativa, ma Pievani mantiene comunque uno stile abbastanza complesso e un linguaggio tecnico che risulta poco idoneo a persone senza un percorso di studi avanzato, pertanto trovo assolutamente gratuita questa ripetitività, che annoia assai, quando un altro approccio poteva portare a un’opera più snella, di più immediata lettura e presa e quindi anche potenzialmente più diffondibile.
Gruit del microbirrificio francese La petite Huguette. Le gruit sono birre medievali, quando al posto del luppolo si usava una miscela di erbe. Sono quindi birre tradizionali, accantonate per secoli dopo che l’uso del luppolo si è imposto. È diventata poi credenza comune che per la birra servissero per forza questi quattro ingredienti: acqua, malto d’orzo, luppolo e lievito, a cui eventualmente aggiungerne altri.
Questa birra invece riprende la tradizione, ma interrogandola con una visione moderna, rigettando quindi l’idea che ormai la birra si faccia solo con il luppolo (come d’altra parte altri birrifici), ma senza rimanere pedantemente aderente alle ricette medievali (che danno birre dall’aroma spesso poco piacevole). Inoltre essendo meno legata a una monocultura, può essere più stagionale e sostenibile. Pievani ci conduce per un percorso simile, ripercorrendo le correnti tradizionali dell’evoluzione umana, ma aggiornandole con le nuove scoperte e mostrandoci come le proprie convinzioni blocchino il pensiero divergente, concludendo poi il saggio con la constatazione del nostro devastante impatto ecologico (non solo degli ultimi secoli) e della necessità di un’esistenza più rispettosa e sostenibile.